Roma – “In un momento così delicato per il Paese in generale, riteniamo che un’oculata gestione dell’ordinario, il potenziamento dei servizi e il miglioramento del funzionamento della macchina amministrativa debbano essere una priorità per l’Amministrazione capitolina”. E’ quanto dichiara, in una nota, Elisabetta Parise di Formiche Giovani.

Annunci

ROMA – “Il fenomeno dell’incidentalità stradale necessita di un supplemento di attenzione da parte dell’Amministrazione capitolina – dichiara Elisabetta Parise, di Formiche Giovani -. Soprattutto nei confronti della cosiddetta “utenza debole” (pedoni, ciclisti, motociclisti), più esposta al rischio di incidenti nelle strade urbane. Vanno quindi, ulteriormente e attentamente, monitorate le strade della Capitale dove maggiore è il numero dei sinistri, in maniera da assumere provvedimenti mirati, che ne consentano il loro utilizzo in condizioni di maggiore sicurezza”.

Immagine“Per favorire le nuove generazioni a trovare uno spazio nel mondo del lavoro è necessario ridurre i costi della politica ed eliminare gli sprechi pubblici. Solo in questo modo – dichiara Elisabetta Parise, di Formiche Giovani – si può mettere in moto un circolo virtuoso in grado di rilanciare l’economia nazionale e di evitare la fuga all’estero dei giovani, alla ricerca di opportunità occupazionali, meritocrazia e riconoscimento della professionalità acquisita attraverso i percorsi di studio svolti. Il Sistema-Paese non dovrebbe perdere altro tempo e imprimere una nuova direzione alla politica economica. Solo in questo modo si possono recuperare parte dei fondi da investire immediatamente sia nei servizi e nelle politiche del lavoro sia negli altri temi caldi per il rilancio e lo sviluppo della Nazione. I giovani sono il futuro perché, nonostante le continue difficoltà cui sono sottoposti, sono loro – conclude la Parise – che hanno in mano il destino del Paese”.

ImmagineE’ interessante notare come a fronte della gravissima situazione lavorativa e dei redditi bassi (come sarebbe stato bello e civile non lasciare lettera morta ma aver provato almeno a rendere effettivo l’art. 36 della Costituzione: ‘Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa’ ) neanche si tende più a mascherare la ritrosia nel considerare che il motore dello sviluppo di un Paese dovrebbe partire dal Lavoro che innescherebbe così tutta una serie di conseguenze positive in termini di crescita. Non considerando dunque adeguatamente il 35% del tasso di disoccupazione giovanile (senza considerare gli inoccupati over 35!) e un 40% di precariato, oggi si tende anche a ‘punzecchiare’ questa larga fascia di meno fortunati (conseguenza anche dei molto più ‘fortunati ’) quasi con tono dileggiante. E’ purtroppo ormai quasi abituale che certi politici per mostrare il loro senso del dovere nel proprio Lavoro con il loro ‘eccessivo zelo ’ nel quotidiano impegno, mostrino ai cittadini in varie difficoltà come si deve essere o come ci si deve comportare. Oltre alle tante difficoltà che vivono quotidianamente, molte persone si sentono quindi anche istruite sul fatto che ‘il lavoro non è un diritto’ o che ‘i giovani siano meno schizzinosi ’ – o meglio: ‘choosy’, che fa più British! – comportando giustamente questo calo d’interesse verso la politica, verso una sana politica quale dovrebbe essere quella attenta ai bisogni della collettività. Oltre alla cultura e al lessico anche i vari atteggiamenti degli individui sono rilevanti nel mostrare la loro personalità e dunque, chi riveste ruoli di pregio, dovrebbe pensare che anche lo stile ha la sua importanza ma, soprattutto, dovrebbe sapere che ai meno fortunati nelle varie difficoltà non si dovrebbero dare mòniti o istruzioni che più che di consiglio appaiono invece di scherno. Certo è evidente che dagli alti seggi dorati del Palazzo è difficile immaginare come si possa vivere nel basso delle condizioni quotidiane delle persone comuni.

Formiche Giovani // Massimiliano Ciampi

Martedì 30 ottobreImmagine, alle ore 16,30, si terrà un interessante convegno presso la sala della Mercede della Camera dei Deputati, in via Mercede 55,  dal titolo: “Lavoro: le donne e i giovani, l’Italia che vogliamo”. L’appuntamento  vuole porre l’attenzione sulla condizione, nel mondo del lavoro, delle due fasce più deboli: le donne e i giovani. Debolezza che rappresenta una delle cause fondamentali dell’attuale gap di crescita tra l’Italia e gli altri paesi europei . Saranno molti i relatori, docenti e presidenti di varie associazioni, che interverranno per discutere di questo importante problema sociale ed esistenziale. L’auspicio di noi di Formiche Giovani è che anche queste importante attività, promosse e dedicate ai giovani e alle donne, possano contribuire se non alla soluzione, almeno al miglioramento dell’attuale situazione italiana.

 

ImmagineI dati sull’occupazione femminile nel 2012 ancora una volta evidenziano le difficoltà del lavoro nel Mezzogiorno, per il quale l’Istat parla del 35,9% di giovani che non riesce a trovare un impiego e addirittura del 51,8% di donne tagliate fuori da qualsiasi attività professionale. Si tratta quindi di una vera e propria  emergenza sociale messa in luce anche nel dossier “la condizione e il ruolo delle donne per lo Sviluppo del Sud” diffuso a marzo 2012 dallo Svimez, l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno. I dati riferiscono che nella fascia di età 15-34 anni al Sud, nel 2010, lavorava regolarmente meno di una giovane su quattro, con un tasso di occupazione fermo al 23,3%, con le donne laureate che, “anziché essere oggetto di politiche di sviluppo, rischiano di restare a casa con bambini e anziani a causa del sistema di welfare che ostacola la conciliazione lavoro-famiglia”. E non va meglio alle under 64, con un tasso di occupazione del 30,5%, distante quasi 30 punti percentuale da quello della media europea, di 58,2%. Ma attualmente la situazione  è notevolmente peggiorata. Secondo lo Svimez, infatti, i dati sull’occupazione femminile  2012, che parlano ufficialmente del 15,4% di donne meridionali disoccupate, non sono reali, in quanto non tengono conto di coloro che dopo diverse esperienze lavorative di precariato vengono assorbite nel cosiddetto “sommerso”. Sottraendo queste donne a quello che lo Svimez definisce il “limbo statistico di chi non è occupato né disoccupato”, la cifra delle disoccupate triplica, passando da 393 mila a 953 mila. Se poi si aggiungono le cosiddette “scoraggiate”, ovvero coloro che per l’Istat sarebbero disponibili a lavorare, ma che hanno smesso di cercare un impiego, delle 893 mila donne italiane che si trovano in questa condizione, 575 mila sono al Sud. Questi dati sull’occupazione femminile 2012 sottolineano una generale difficoltà per le donne nel trovare lavoro, soprattutto al Sud. Per contrastare questa situazione la riforma Fornero, approvata il 31 maggio 2012, prevede una serie di facilitazioni per incentivare le aziende ad assumere personale femminile. In particolare, l’articolo 53 del disegno di legge stabilisce sgravi fiscali per “le assunzioni, a partire dal primo gennaio 2013, di donne di qualsiasi età prive di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi” residenti in aree cosiddette “svantaggiate”. Questo significa per le imprese una riduzione del 50% dei contributi per 12 mesi  che, in caso di assunzione della lavoratrice con contratto a tempo indeterminato, può arrivare fino a 18. Noi di Formiche Giovani ci auguriamo che tali misure sia davvero applicate e che contribuiscano  effettivamente a migliorare la condizione lavorativa delle donne  al Sud, e dei giovani in generale, eliminando lo sfruttamento dei lavoratori impiegati nel sommerso o nel lavoro in nero, che non offrono loro nessuna garanzia, tutela e sicurezza.

Formiche Giovani // Graziella Giorani Castellani

ImmagineNello scellerato e interminabile elenco degli sprechi e dei privilegi della classe politica, che continua a scandalizzare ed indignare l’opinione pubblica, devono sicuramente essere aggiunti gli spropositati stipendi dei dipendenti di Montecitorio e di Palazzo Madama, proprio perchè si collocano al di fuori da ogni logica di mercato. A farne un dettagliato elenco due giornalisti, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, già autori del best seller “la Casta”. Il caso più eclatante è quello relativo alla retribuzione di uno stenografo del Senato che arriva a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Quindi solo 2 mila euro in meno di quanto, per esempio, lo Stato spagnolo elargisce a Juan Carlos di Borbone, 50 mila euro in più di quanto, sempre lordo, guadagna Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica. Ma ad incassare buste paga da nababbi, al netto delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore  a 192 mila euro, un segretario a 256 mila euro, un consigliere a 417 mila euro. Inoltre agli stipendi possono essere anche aggiunte  le indennità. Solo alcuni esempi: alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 662 euro lordi che salgono a 718 al Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio ha diritto a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Tali stratosferici stipendi vengono raggiunti grazie ad assurdi automatismi che, nell’arco della carriera, permettono di quadruplicare, in tempi reali, la busta paga.  I privilegi dei dipendenti del Parlamento proseguono poi anche con la pensione. Ma come è stato possibile tutto questo quando non sono stati rinnovati, ormai da anni, decine di contratti di diverse categorie di altri lavoratori pubblici e non?  La risposta dei due giornalisti coinvolge il ruolo dei sindacati. Solo a Palazzo Madama meno di 1.000 dipendenti sono rappresentati da una decina di sigle sindacali. La forza di queste corporazioni in passato ha impedito qualunque tentativo di riforma. A dicembre il consiglio di presidenza del Senato ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema contributivo pro rata, ma la decisione per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l’amministrazione e le sigle sindacali. Sicuramente tutto questo non sarebbe potuto accadere senza la complicità della classe politica che è la principale responsabile di questo scandalo tutto italiano. Il risultato di quanto fin qui elencato è ben riassunto da alcuni dati numerici elencati da Rizzo e Stella sul bilancio delle Camere: nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall’ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro, 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons.

Formiche Giovani // Graziella Giorani Castellani