Donne escluse dal lavoro e dalla politica, perdiamo il 7% di Pil

Pubblicato: 17 ottobre 2012 in Uncategorized

ImmagineIl Senato ha approvato, con molti voti contrari, il testo sulle quote rosa per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali, oltre che norme in materia di pari opportunità delle commissioni di concorso nelle pubbliche amministrazioni. I no provengono soprattutto da alcuni senatori della Lega e del PDL. Dunque si sta cercando, con un dispositivo di legge, di incrementare in Italia la presenza delle donne in tutti i contesti organizzativi pubblici . Presenza che invece sarebbe già dovuta essere percentualmente più elevata, così come normalmente avviene in molti altri Paesi, europei e non, anche in considerazione dell’elevato livello di competenza e preparazione che le donne italiane hanno raggiunto, soprattutto in questi ultimi decenni. Infatti, nonostante in Italia le donne siano sempre più istruite e preparate, sono il 60% dei laureati, non sembrano trovare le opportunità e i canali per una maggiore partecipazione alla vita economica e politica del Paese. Favorire attivamente la loro presenza sul mercato del lavoro non corrisponde solo a principi di pari opportunità, ma anche di efficienza economica. Ad affermare questo vi sarebbero molti studi condotti sia a livello nazionale che internazionale e diverse ricerche, tra le quali quelle del Censis e di Bankitalia. A mettere in evidenza questi risultati Daniela del Boca, Dottore di ricerca all’Università di Wisconsis-Madison, nel saggio “Valorizzare le donne conviene”, (Il Mulino, 2012). Del Boca dimostra che il lavoro delle donne, se messe in condizione di parità, innescherebbe un vero e proprio circolo virtuoso: l’obiettivo del 60% di occupazione femminile, fissato dalla Strategia di Lisbona, potrebbe creare 15 nuovi posti nel settore dei servizi ogni 100 assunzioni femminili e una crescita del PIL lordo stimata intorno al 7% a produttività invariata. Un incremento dell’occupazione femminile pari a quella maschile potrebbe addirittura generare incrementi del PIL del 13% nell’Eurozona e ben 22% in Italia (Goldman Sachs). A livello macroeconomico un maggior numero di occupate aumenterebbe le entrate fiscali e previdenziali. D’altra parte, la crescita dell’occupazione femminile stimolerebbe anche una maggiore domanda di servizi, soprattutto di cura, che avrebbe un effetto indiretto ancora sul PIL. A livello microeconomico ridurrebbe il rischio di povertà, rendendo le famiglie meno vulnerabili alle attuali difficoltà economiche.

Formiche Giovani // Graziella Giorani Castellani

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