La Casta e la voglia di cambiare. Prima che sia troppo tardi

Pubblicato: 1 ottobre 2012 in Uncategorized

ROMA – Fondi pubblici finiti in mano a “privati”, costi della politica che lievitano in modo esponenziale nonostante i proclami di austerity, una casta di politici ormai lontani dalla base e dalle reali esigenze del cittadino-elettore-utente. Beh, che c’è di nuovo? Perché ci meravigliamo? Il recente scandalo dei fondi ai partiti nella Regione Lazio non è il malessere, bensì un sintomo, la punta di un iceberg che è vecchio quanto lo stato italiano. Tutti gridano allo scandalo, al cambiamento, al rinnovo della classe dirigente. Ma da chi è composta l’attuale classe dirigente? Da uomini e donne eletti con il nostro voto, ed anche se nominati causa un sistema elettorale degno delle “repubbliche delle banane” siamo sempre noi che ci siamo recati ai seggi per barrare in simbolo di un partito. E’ vero, si registra ora più che mai uno scollamento tra rappresentanti e rappresentati, ma il vero problema è un altro: una parte consistente gli italiani  non odia la casta, odia non farne parte, e spera un giorno di mettersi a tavola a mangiare con essa. Il problema è dunque culturale più che politico e non si può pensare che l’indignazione e la rabbia portino ad un miglioramento. La nostra storia ce lo insegna. Marce su Roma, pistole e fucili, lancio di monetine hanno rappresentato il momento più alto della nostra indignazione/incazzatura: ma dopo lo sfogo, dopo la “purga” di quello che viene identificato come principale responsabile, abbiamo sempre smesso di restar vigili e ci siamo sempre rigirati a guardar altrove. Non bisogna più pensare che la società civile sia oppressa da una classe politica scorretta e inefficiente, poiché la classe politica di una democrazia liberale è lo specchio della società che rappresenta, non è un oggetto misterioso che vive di vita propria, vive del consenso che si tramuta in voto uscito dalle urne. Noi tutti dovremmo riflettere sul significato del verbo Delegare. Delegare (dal latino, è una parola composta da “de” – indicante allontanamento – e “legare” – mandare) significa quindi deputare qualcuno a fare qualcosa. I rappresentati del popolo sono persone da noi mandate, secondo regole precise (non entro nel merito della correttezza o meno di queste regole, tema senza dubbio importante ma non prioritario in questa sede), ad amministrare e decidere della cosa pubblica. La nostra scelta di chi “mandare” si basa, o quanto meno si dovrebbe basare, su un criterio di rappresentanza, se cioè la persona delegata ha idee e valori simili ai nostri e quindi ha intenzione di portare avanti decisioni da noi condivise. Delegare quindi qualcuno a rappresentarci senza che questo abbia un programma chiaro, preciso e dettagliato significa, implicitamente, concedergli l’opportunità di amministrare e decidere per noi senza porgli alcun paletto. Banalizzando, sarebbe come se ognuno di noi decidesse di affidare a qualcuno i propri soldi e gli chiedesse di fare la spesa, senza però indicare e precisare quali siano i propri gusti e, peggio ancora, senza chiedere poi un riscontro sui costi. Affidereste i vostri soldi a qualcuno per farvi la spesa senza sapere come, dove e quando li spenderà e senza poi chiedergli le ricevute? Qualcuno di noi delegherebbe quindi quella persona a fare la nostra spesa senza prima essere certo delle sue intenzioni e senza avere la certezza che ciò per cui lo si sta delegando sia sufficientemente chiaro?! La risposta a questa domanda è senza alcun dubbio, all’unanimità, negativa. Ed allora, perché dinnanzi ad una richiesta di delega senza programmi/progetti seri e concreti ognuno di noi non si è impegnato in prima persona ed ha preferito mettere la testa nella sabbia?! Perché molti di noi hanno preferito disinteressarsi e non hanno scelto di interessarsi affinché i programmi ed i progetti fossero chiari, precisi, certi!? Per far questo, sarebbe sufficiente, anche il semplice essere tesserati! I partiti infatti, sono delle semplici associazioni, indubbiamente la struttura è ben consolidata tuttavia il principio di maggioranza non può non essere garantito. Oggi, purtroppo i partiti sono diventati elitari e settari, al proprio interno la dialettica (quella quantomeno sui contenuti e valori) è completamente assente e la ragione è che glielo abbiamo permesso! Paradossalmente, ora che i partiti risultano essere più distanti, è arrivato il momento di partecipare attivamente, di entrare in massa, organizzati, nei partiti pretendendo il confronto ed il dialogo. È arrivato il momento di “avvelenare i partiti di un veleno sano”, quello del dialogo e della partecipazione! Ciò va fatto perché quando si tocca il fondo c’è un rischio, quello di avere ancora la forza di scavare e sembra proprio che di questa forza noi Italiani ne abbiamo davvero tanta! Il punto vero però è un altro. Arriva un momento, anche dopo che si è scavato, che si inizia a risalire. Dopo una Recessione economica, infatti, se non si è in grado di affrontarla e ripartire in fretta, si ha la Depressione. La Depressione però, non sarà mai eterna, ad un certo punto il sistema economico – se non per via della peggiore delle ipotesi, quella che vede la fine di una o più generazioni attraverso un calo tale di popolazione, e quindi meno “costi sociali”, figlia di un’emigrazione di massa –  ripartirà, anche da solo. A quel punto si tornerà a star meglio, ci sarà di nuovo Crescita. Ma quante generazioni vogliamo sacrificare? Quante ancora? Il cambiamento, quello vero, deve avvenire dunque dal basso, non si può pretendere che gli attuali governanti si “autodistruggano” e rinuncino ai privilegi, occorre che noi, uomini e donne di buona volontà, in prima persona contribuiamo al cambiamento, con un nuovo modello culturale basato sulla meritocrazia, l’efficienza, il rapporto virtuoso tra eletto ed elettore. Occorre che la distanza tra classe politica dei rappresentati e società civile sia ridottissima, in una situazione complessiva di grande fluidità sociale e politica. Niente deleghe in bianco quindi, ma stretto controllo sui decisori pubblici e sulla loro azione di governo.  Tutti noi, cittadini-utenti privi di adeguati servizi – partendo dalla mobilità/accesso al lavoro passando per la sanità, l’istruzione, la giustizia fino ad arrivare alla viabilità ed ai trasporti pubblici – che ci ritroviamo per giunta vessati da una pressione fiscale non più sopportabile (e consapevoli del fatto che queste tasse non serviranno ad aumentare un livello di servizi estremamente carente, bensì a coprire un debito pubblico immenso, una voragine che nel tempo si è lasciata crescere a dismisura) non dobbiamo più solo indignarci e  gridare allo scandalo fino al punto di farci travolgere da una collera ingestibile. Occorre pensiero e azione! In conclusione, ci troviamo di fronte ad un bivio, “Divergevano due strade in un bosco…” come scriveva Robert Frost. Sta a noi decidere quale imboccare. Nella prossima primavera si rinnoveranno i seggi parlamentari, regionali, provinciali e comunali. Quale strada intendiamo percorrere? La sfida è aperta, in palio c’è il presente e il futuro, ora o mai più!

 FORMICHE GIOVANI // Federico Bertucci

                                                                                                                        

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