Dove è finito l’Indice di Sviluppo Umano?

Pubblicato: 29 settembre 2012 in Uncategorized

ROMA – Nel 1990 gli economisti pakistani Mahbub ul Haq e Amartya Sen crearono l’Indice di Sviluppo Umano (ISU), un indicatore macroeconomico capace di inserire nelle analisi comparative dei livelli di sviluppo degli stati una dimensione che facesse diretto riferimento alla qualità di vita dei cittadini, attraverso l’introduzione di parametri quali l’aspettativa di vita e l’accesso ai sistemi di istruzione. Nel 1993 tale indicatore fu adottato dalle Nazioni Unite – nell’ambito del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo – con il fine di integrare le analisi basate sul solo Prodotto Interno Lordo (PIL). Tale necessità nasceva dall’esigenza di sfuggire alla trappola delle classificazioni del benessere prodotte sulla base del reddito pro capite dei singoli stati, dove questo, essendo appunto una media, non dava conto della reale distribuzione della ricchezza tra le differenti fasce sociali e le differenti regioni dei singoli Paesi. Inoltre tali classificazioni non tenevano – e non tengono – conto del capitale che viene utilizzato per produrre il PIL, soprattutto dal punto di vista delle risorse ambientali. Attraverso l’utilizzo dell’ISU è poi possibile classificare i paesi in “sviluppati”, “in via di sviluppo” e “sotto-sviluppati”, in relazione ai livelli di benessere raggiunti dai singoli stati, anche nell’arco temporale, al fine di valutare l’effetto delle politiche economiche adottate dai singoli paesi e o indicate dalle istituzioni economiche internazionali. Tralasciando l’attualità di tale strumento quello che appare rilevante è la ratio che lo ispira. La mission dell’ISU fu infatti quella  di tentare di uscire dall’analisi dei sistemi basata sulla sola crescita economica, ma bensì di collegare tale analisi al tipo di crescita (o decrescita!?) che in taluni paesi stava avvenendo, rappresentata appunto, non solo dal mero aumento del reddito prodotto, ma dalla qualità di vita raggiunta dai cittadini. Insomma, si assiste ad uno spostamento del centro dell’analisi dalla crescita economica alle condizioni di vita dell’essere umano. Tale cambio di prospettiva rappresenta la questione fondamentale del tempo presente e può essere aggiornata e sintetizzata nel rapporto tra vita democratica e crescita economica, o meglio, secondo quale gerarchia queste due componenti entrano in relazione tra loro e quale modello sociale ne deve scaturire. Lo stesso Amrtya Sen – diventato Premio Nobel per l’economia nel 1998 – in un articolo apparso nel giugno del 2011 su The Guardian sottolinea l’importanza di questa relazione e il ruolo che l’Unione Europea dovrebbe assumere nel tempo della crisi internazionale e rispetto agli altri attori internazionali: «Interrompere il degrado della tradizione democratica in Europa è di vitale urgenza. La democrazia europea è fondamentale, per l’Europa e per il mondo intero[1]».

FORMICHE GIOVANI // Simone Santoni

[1] The Guardian, 24 giugno 2011, Amartya Sen: riprendiamoci la democrazia.

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commenti
  1. edmond dantes ha detto:

    che bravo questo santoni!

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