La peculiarità della crisi italiana

Pubblicato: 26 settembre 2012 in Uncategorized

ROMA – A detta di molti la crisi, che dal 2007 paralizza le economie più avanzate del mondo, è un prodotto della speculazione finanziaria. In sostanza essa sarebbe stata provocata  da un ristretto numero di finanzieri, senza scrupoli, che hanno operato, in modo sistematico, sottraendo capitali all’economia reale per investirli in prodotti finanziari spesso discutibili. In realtà, questa è solo una parziale spiegazione di ciò che è accaduto. Un grande economista indiano, Raghuram Rajan, scrive che alla base della di questa grave crisi ci sono una serie di fratture nascoste, che si sono amplificate negli anni e hanno portato, alla fine, al collasso del 2007-2008, prima con la crisi dei mutui subprime, poi con il fallimento della Lehman Brothers. La crisi è l’evento che segnala la presenza di tali fratture nascoste e, al tempo stesso, è un meccanismo per ripararle. Ma adesso le stiamo riparando? Attraverso uno studio comparativo delle maggiori economie europee la risposta non è univoca. Consideriamo una prima linea di faglia, l’andamento divergente delle bilance commerciali. In questo caso si ha un effettivo riequilibrio, con la Germania che, pur rimanendo in attivo, peggiora i suoi saldi (-1,9%), mentre il Regno Unito, la Polonia e, soprattutto, la Spagna, che avevano i saldi più negativi nel 2007, li migliorano avvicinandosi al pareggio. Al miglioramento non partecipa l’Italia, che era vicina al pareggio nel 2007, mentre nel 2011 ne risulta più lontana di 1,2 punti. Questo stesso schema di riequilibrio si applica per il costo del lavoro per unità di prodotto e per la produttività. I paesi forti (Germania e Francia) registrano aumenti del costo del lavoro e un sostanziale ristagno della produttività; i paesi più deboli (Spagna e Polonia) registrano invece un costo del lavoro stabile e significativi aumenti della produttività: +7,8% la Spagna, +12,3% la Polonia. L’Italia invece non contribuisce al riequilibrio. Fra le sei economie più grandi d’Europa è l’unica che peggiora su tutti i fronti. La bilancia commerciale si riduce di 1,2 punti, il costo del lavoro per unità di prodotto aumenta di 2,6 punti, mentre il segnale più negativo proviene dalla produttività. Nei cinque anni di crisi tutte le grandi economie europee hanno comunque aumentato la produttività: tantissimo la Spagna e la Polonia, pochissimo la Germania, che forse si è posta l’obiettivo più di salvare i posti di lavoro che di aumentare la competitività. L’Italia però è l’unica in cui la produttività diminuisce (-0,4%). Quindi la crisi sta provocando importanti riequilibri tra le diverse economie, ma l’Italia non sembra contribuirvi molto. Molti pensano che questo sia dovuto soprattutto alla scarsa collaborazione tra le parti sociali, sindacati e Confindustria. Ma ciò è solo in parte vero. Perché le radici  della nostra scarsa produttività risiedono in cose che non si possono cambiare rapidamente: costi enormi degli input, dall’energia elettrica al denaro, dalla rete abnorme degli oneri burocratici ad un fisco che scoraggia gli investimenti, che sono la via maestra per aumentare il prodotto per occupato. Spesso è anche per tutto questo che le nostre imprese non sono efficienti. Con molta probabilità se queste stesse imprese operassero in Finlandia, per esempio, con meno costi dell’energia, del denaro, delle assicurazioni, della giustizia, e dove non devono cedere allo Stato il 68,6% del profitto commerciale diverrebbero le più efficienti d’Europa.

FORMICHE GIOVANI // Graziella Giorani Castellani

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