Archivio per settembre, 2012

Altri Batman? No, Grazie!

Pubblicato: 30 settembre 2012 in Uncategorized

ROMA – Basta presentare in televisione gli scandali come spettacoli. C’è solo da vergognarsi! Ogni  emittente televisiva mette in risalto particolarità dello scandalo dal suo punto di vista (quello del partito di riferimento) cercando i distinguo per tirarsi fuori e non perdere credibilità. Invece, sono tutti coinvolti: chi ruba e chi regge il sacco, così recitava un vecchio e saggio proverbio. Nessun partito è indenne. E’ il sistema che va scardinato facciamolo in maniera democratica prima che qualcuno usi la violenza, con risvolti impensabili. Sarebbe una cosa disdicevole rivedere il decentramento ed il federalismo? Attenzione a non cadere nel tranello della Lega, che vuole “pensare al Nord”  proponendo  un federalismo ridotto a tre macro regioni; si deve certamente rivedere qualcosa nell’ambito delle autonomie regionali. ridando ad un  moderato centralismo statale l’autorità che gli compete. Ciò che dice  il ministro Passera: commissariamo tutti gli enti locali che non rispettano le leggi, è un ottimo inizio. Ma, contemporaneamente, si affidino i controlli  al centro (i CO.RE.CO. che fine hanno fatto?). Basta con i “Batman” e similari: vogliamo una classe politica seria e professionale che faccia dell’impegno in politica  una  missione e non un mestiere. Per questo è cosa buona e giusta sostenere Monti e la sua squadra.

FORMICHE GIOVANI // Carlo Lanini

ROMA – Valanghe di informazioni variegate e confuse: questo è ciò che fronteggiamo quotidianamente grazie a nuovi e potentissimi mezzi di comunicazione sia interpersonali che di massa. Telefonini iper-potenti, web  TV invadono e condizionano le nostre abitudini più consolidate. Impreparati come siamo a tutto questo, la reazione spontanea si divide tra il rifiuto tout court  e la produzione estemporanea di nuova informazione. Rifiuto e spavento, si diceva, si traducono spesso in un becero e preoccupante qualunquismo: in campo economico diventa lo shopping compulsivo (leggasi “ansia da centro commerciale” n.d.r.), in campo politico diventa anti-politica (“sono tutti uguali”…), in campo sociale diventa egoismo e mancanza di solidarietà. In misura minore ciascuno di noi reagisce poi con produzione scellerata di nuova informazione trash: ci improvvisiamo grandi economisti o fini  politologi, opinionisti su temi delicati quali globalizzazione e macro-economie, parliamo di riforme istituzionali come del nostro prossimo week end. Poco frequentata da tutti noi, probabilmente, una dose anche omeopatica di sana autocritica sarebbe necessaria, ma c’è da domandarsi se oltre a queste razioni esista una terza via davvero percorribile. Sebbene poco significativa dal punto di vista numerico, assume invece una grande valenza etica e sociale la politica del “piccolo”: della mia città, del mio paese o quartiere, la politica del mio palazzo e della mia parrocchia. Le attività di volontariato più o meno organizzato e delle piccole (a volte piccolissime) realtà locali di solidarietà, delle iniziative benefiche e no-profit. Tutto questo ci interroga quotidianamente e richiede spesso la nostra iniziativa e partecipazione. Molti esempi ci vengono dal passato, ed anzi il nostro amato paese è ricco di eccellenze nei più svariati settori della “piccola” politica e della “piccola” economia: le fabbriche di provincia diventate esempi di funzionalità e modelli internazionali, fino ai politici della piccola sezione o dell’associazionismo divenuti statisti. Esempi seppelliti purtroppo dal becerume e dal pressappochismo dilagante, ma alla luce dei quali  forse abbiamo ancora ragione di conservare la speranza e di investire sul nostro futuro. Tramontate le ideologie, nella nostra quotidianità ciascuno di noi può ancora mettere in gioco il proprio personalissimo capitale di entusiasmo e di passione per far vivere un progetto, partecipare con altri al funzionamento delle piccole realtà locali, sentirsi responsabile in prima persona di ciò che accade vicino a noi.

FORMICHE GIOVANI // Massimiliano Piantini

ROMA – Nel 1990 gli economisti pakistani Mahbub ul Haq e Amartya Sen crearono l’Indice di Sviluppo Umano (ISU), un indicatore macroeconomico capace di inserire nelle analisi comparative dei livelli di sviluppo degli stati una dimensione che facesse diretto riferimento alla qualità di vita dei cittadini, attraverso l’introduzione di parametri quali l’aspettativa di vita e l’accesso ai sistemi di istruzione. Nel 1993 tale indicatore fu adottato dalle Nazioni Unite – nell’ambito del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo – con il fine di integrare le analisi basate sul solo Prodotto Interno Lordo (PIL). Tale necessità nasceva dall’esigenza di sfuggire alla trappola delle classificazioni del benessere prodotte sulla base del reddito pro capite dei singoli stati, dove questo, essendo appunto una media, non dava conto della reale distribuzione della ricchezza tra le differenti fasce sociali e le differenti regioni dei singoli Paesi. Inoltre tali classificazioni non tenevano – e non tengono – conto del capitale che viene utilizzato per produrre il PIL, soprattutto dal punto di vista delle risorse ambientali. Attraverso l’utilizzo dell’ISU è poi possibile classificare i paesi in “sviluppati”, “in via di sviluppo” e “sotto-sviluppati”, in relazione ai livelli di benessere raggiunti dai singoli stati, anche nell’arco temporale, al fine di valutare l’effetto delle politiche economiche adottate dai singoli paesi e o indicate dalle istituzioni economiche internazionali. Tralasciando l’attualità di tale strumento quello che appare rilevante è la ratio che lo ispira. La mission dell’ISU fu infatti quella  di tentare di uscire dall’analisi dei sistemi basata sulla sola crescita economica, ma bensì di collegare tale analisi al tipo di crescita (o decrescita!?) che in taluni paesi stava avvenendo, rappresentata appunto, non solo dal mero aumento del reddito prodotto, ma dalla qualità di vita raggiunta dai cittadini. Insomma, si assiste ad uno spostamento del centro dell’analisi dalla crescita economica alle condizioni di vita dell’essere umano. Tale cambio di prospettiva rappresenta la questione fondamentale del tempo presente e può essere aggiornata e sintetizzata nel rapporto tra vita democratica e crescita economica, o meglio, secondo quale gerarchia queste due componenti entrano in relazione tra loro e quale modello sociale ne deve scaturire. Lo stesso Amrtya Sen – diventato Premio Nobel per l’economia nel 1998 – in un articolo apparso nel giugno del 2011 su The Guardian sottolinea l’importanza di questa relazione e il ruolo che l’Unione Europea dovrebbe assumere nel tempo della crisi internazionale e rispetto agli altri attori internazionali: «Interrompere il degrado della tradizione democratica in Europa è di vitale urgenza. La democrazia europea è fondamentale, per l’Europa e per il mondo intero[1]».

FORMICHE GIOVANI // Simone Santoni

[1] The Guardian, 24 giugno 2011, Amartya Sen: riprendiamoci la democrazia.

ROMA – In Italia, il mercato immobiliare a perdita di memoria non ha mai conosciuto grandi crisi anzi,da quando sono nato,dai tempi del boom economico, è sempre stato uno dei settori più importanti della nostra economia.  Nella nostra cultura, dopo la famiglia, la casa, viene ad occupare un posto rilevante insieme all’automobile, al posto fisso ed alla buona ristorazione. Nel resto del mondo esistono altre priorità, in America, per esempio, dove tendenzialmente le abitazioni sono di modesta edilizia rispetto alle nostre,si cambia casa con una facilità che per noi sarebbe impensabile. Quando  i nostri governi hanno bisogno di prelievi immediati attuano manovre finanziarie che, aggrediscono tutti quei beni di consumo e non (le sigarette, la benzina ecc.) in cui il bel paese è ancora radicato. La casa è quasi sempre stata tenuta fuori dalle grandi manovre fiscali, tanto è vero che, quando è stato soppresso l’Ici dalla prima casa,che per qualche fortunato era un’imposta ridicola rispetto al livello dell’abitazione che possedeva, sembrava avessimo  vinto un terno al lotto. In realtà, sembrerebbe che ci staremmo dirigendo sempre più verso  un’economia  di tipo americana, dove la tassazione colpisce prevalentemente i patrimoni e non i redditi od i consumi che, invece,per quanto possibile, in quei contesti altamente capitalistici,sono favoriti. Noi ,in Italia, crediamo che possedere una seconda o una terza casa  sia comunque una cosa non impossibile da raggiungere. Al contrario, in certe economie forti sono lussi che appartengono solo alle classi sociali economicamente più elevate. Oggi, con l’introduzione dell’IMU, siamo tutti in preda al panico non sapendo se i sacrifici di  anni compiuti per la casa saranno divorati in futuro dalle fameliche casse dell’erario. E’altrettanto vero che non si possono sostenere  i costi di uno stato,  con il solo  apporto delle tasse sui redditi e sui consumi , tralasciando un pilastro dell’economia:il grande patrimonio.  Anche perché, lasciando fuori dall’imposizione fiscale gli immobili,  il grande evasore,  godendo di una posizione privilegiata, continua a vivere sulle spalle delle fasce sociali  più deboli . Quest’ultime ,peraltro, producono redditi,  prevalentemente da lavoro dipendente, ormai arrivati ai limiti della sussistenza. E’ ovvio che volendo salvare il mercato, il governo dovrebbe emanare quei provvedimenti atti a sgravare i costi che girano intorno alle compravendite delle case. Attualmente,quando  si acquista un immobile si pattuisce un prezzo e poi, con le spese accessorie, si raggiungono prezzi finali improponibili per l’attuale contesto economico. In Italia ,non è mai esistito un mercato reale dei prodotti e servizi,tutto è lasciato agli accordi tra associazioni , corporazioni, ecc.. Ad aggravare questa situazione, si sono scatenati tanti presunti addetti ai lavori(sono quasi raddoppiati nel decennio appena trascorso), che,  con la loro profonda ignoranza della materia economica, hanno terminato col distruggere anche le ultime nicchie di mercato ed  hanno creato  delle gravi diseconomie che, pagheremo per molto tempo ancora.  Quando ci si lascia sedurre da facili guadagni  ed immediati,se non si conoscono le regole del gioco,bisogna chiedersi  alla fine chi pagherà il conto. Oggi la fotografia del mercato immobiliare è la seguente:resistono solo spazi esigui dove è comunque sempre più difficile lavorare. Chi ha acquistato la casa qualche anno addietro farebbe meglio ad abitarla per almeno un decennio a meno di non volerci rimettere fino a un  buon 40% del prezzo pagato. Chi invece dispone di liquidità,dal momento che le banche hanno ridotto notevolmente l’erogazione dei mutui, ha sicuramente la possibilità di acquistare ad un prezzo più realistico. In altre capitali europee, certamente meno belle delle nostre città d’arte ma,sicuramente più vivibili ed integrate in contesti economici più forti ,una casa in zone centrali difficilmente supera i duemila euro al mq. Un’economia come quella italiana, che esce ridimensionata dalla crisi finanziaria che ha investito tutto il pianeta, oggi ha una grande occasione per uscire definitivamente dalle tante incongruenze che sono comunque inaccettabili per un paese civile:in primo luogo, urge una lotta serrata all’evasione fiscale,in secondo luogo sarebbe il caso di intervenire  sulle banche ,che hanno erogato mutui e non solo, con rate da settecento euro al mese a chi ne guadagna milleduecento, servirebbe poi una revisione  sulle valutazioni, soprattutto quelle relative alle agenzie delle entrate, che oggi sono fuori mercato, ci vorrebbe infine una classe politica che intraprenda un programma serio ed immediato per l’adeguamento degli stipendi  all’attuale costo della vita  per non comprimere ulteriormente i consumi interni. Operando in questa direzione , anche la famigerata IMU ci spaventerebbe meno e, forse, si garantirebbe alle future generazioni la possibilità di acquistare una casa senza indebitarsi per una vita intera.

FORMICHE GIOVANI //  Alessandro Riccio Cobucci

Lo “tsunami” che verrà

Pubblicato: 28 settembre 2012 in Uncategorized

ROMAA volte sembra che alcune persone dimentichino troppo in fretta il passato. Dimostrano di non avere memoria di ciò che sono state le conseguenze drammatiche di interpretazione o di valutazione di un evento già accaduto e delle quali si dovrebbe invece far tesoro per evitare di commettere gli stessi errori. Fuor di metafora e per essere più chiari, in questa fase stiamo vivendo un terremoto politico, a mio giudizio, più grave, più esteso e più profondo di quello degli anni Novanta, senza che i vertici dei partiti tradizionali mettano in atto subito azioni per evitare, o più verosimilmente, per limitare i danni incalcolabili dello tsunami che sta per travolgere l’intero sistema italiano. L’ onda anomala, che si sta ulteriormente alimentando dallo sconcerto, dallo sgomento, dall’indignazione della società civile, e che soprattutto in questa fase è costretta a sacrifici enormi, a causa della prassi politica diffusa di incapacità e disonestà, sta per abbattersi su questa nostra Italia. Nessun partito tradizionale sembra veramente rendersi conto che la stragrande maggioranza delle persone finirà per non votare o per dare il consenso, non a loro, ma a chi sta dimostrando di  ascoltare, di interpretare al meglio il bisogno profondo di rinnovamento totale.  Nessun politico si sta impegnando attivamente nel ridefinire un patto sociale con gli elettori all’insegna della rettitudine, dell’impegno serio e responsabile per il perseguimento del bene comune. Ciò che si sta ascoltando ora invece è solo retorica, un modo di fare politica già consolidato e in cui si ritrovano solo spot demagogici e populistici, obiettivi solo ideali e poco perseguibili in questo momento critico. Gli italiani e le italiane hanno bisogno di persone serie e capaci, in grado di ridare credibilità, fiducia e sicurezza economica e sociale. Hanno bisogno di insediare le persone più competenti ai vertici di ogni relativa istituzione affinchè possano ricercare ed implementare le migliori soluzioni, nei termini di efficacia ed efficienza,  ai tanti problemi da affrontare. Hanno bisogno di credere che possa esserci un futuro migliore soprattutto per le nuove e le vecchie generazioni, con più solidarietà ed equità per tutti. In questo momento storico è soprattutto la povertà relativa, che le persone percepiscono, a fa si che aumenti il grado di insoddisfazione sociale e di contrasto verso chi, la classe politica attuale, ha dimostrato di non essere all’altezza del compito istituzionale a cui era stata demandata. Le rivolte di piazza in Grecia e in Spagna sono un ulteriore monito a chi pensa di continuare a fare politica e governare in questo modo. Per questo, noi di Formiche giovani, ci uniamo a quanti chiedono e sperano in una  politica nuova in grado di adempiere con coscienza e serietà al ruolo istituzionale  di operare per il bene comune e prima che lo tsunami travolga l’intero sistema Italia, portando con sè anche quello che di positivo c’è ed è stato fin qui fatto. 

FORMICHE GIOVANI // Graziella Giorani Castellani

ROMA – Come si cucinano gli spaghetti pomodoro e basilico? Dai lo sanno tutti! Gli ingredienti, la sequenza e la tempistica sono noti, non si può sbagliare. Prima si riempie la pentola di acqua, poi si accende il fuoco, quando l’acqua bolle, si mette il sale, si calano gli spaghetti e si scolano appena sono cotti. Mi raccomando, al dente! Poi si condiscono con il sugo di pomodoro, preparato in precedenza, una spolveratina di parmigiano e via! La foglia di basilico, fresca, appena colta, alla fine. Siamo tutti d’accordo, a nessuno verrebbe in mente di mettere gli spaghetti nella pentola senza l’acqua, condirli con il sugo e il parmigiano, poi finalmente accendere il fuoco e solo alla fine mettere l’acqua e finire con la foglia di basilico. GlI ingredienti sono esattamente gli stessi, anche l’inizio e le fine sono gli stessi, ma la tempistica è assolutamente inadatta e devastante. E la crisi economica? Ma è la stessa cosa! E’ fondamentale la corretta sequenza temporale! Prima si tagliano gi sprechi, poi le spese superflue, poi i privilegi e con questo capitale si finanzia l’innovazione tecnologica e l’industria e i processi produttivi ripartono. Poi si aumenta l’efficienza e si vendono i beni statali non strategici. E le tasse? A questo punto siamo ripartiti, non serve aumentarle, anzi è strategico cominciare a ridurle. E l’evasione fiscale? Ma davvero ne dobbiamo parlare ancora? Tutti i Governi, dal dopoguerra ad oggi hanno promesso la lotta all’evasione fiscale, smettano di parlarne, comincino a farla sul serio, ma prima riduciamo sprechi e privilegi altrimenti rischiamo, che quello che si recupera, poi venga utilizzato per finanziare ulteriori sprechi. La tempistica è importante, la sensazione è che non sia stata perfettamente rispettata. Qualcuno deve dirglielo.

FORMICHE GIOVANI // Dino Sauro

Donne protagoniste. Sempre e comunque

Pubblicato: 27 settembre 2012 in Uncategorized

Roma – “Il tema delle pari opportunità costituisce un elemento di fondamentale importanza nell’ottica dello sviluppo delle risorse umane destinato all’incremento delle performance di qualsiasi tipo di organizzazione e ancora più nelle pubbliche amministrazione, dove si caratterizza come elemento trasversale per il proseguimento della missione e il rispetto dei valori che guidano le attività e i processi decisionali, sia di carattere strategico che operativo”. Lo ha detto la Presidente della Comunicazione Pari Opportunità che aggiunge: “Il tema delle pari opportunità va affrontato in maniera sistematica, in quanto l’amministrazione è allo stesso tempo datore di lavoro e produttore di beni e servizi,pari opportunità intese quindi come qualità di essere diversi, sostenere l’empowerment delle donne promuovendo le loro molteplici capacità e la loro modalità di rielaborare le situazioni in modo resiliente”. Eppure in Italia le Pari Opportunità sono un problema femminile evidente: come mettono in luce le statistiche l’Italia ha infatti un tasso molto alto di disoccupazione e in questo panorama quelle che lavorano lo fanno molto più delle altre, e spesso senza avere corrispondenza e un adeguato apprezzamento dell’impegno intrapreso. La crisi economica è sempre più evidente in  Italia dove persiste ancora una cultura unica, ovvero c’è una netta separazione tra il momento formativo e quello lavorativo, e secondo quello che attestano i dati della CNEL la crisi ha determinato lunghi tempi di attesa per le assunzioni che portano spesso molte donne e molti uomini ad aspettare anche tre anni, prima di avere i primi contratti di lavoro. Inoltre c’è una mancata corrispondenza tra il titolo di studio e la qualifica professionale da assumere: è quello che in Italia viene definito Over Education e cioè un sottoinquadramento delle persone nei posti di lavoro, malgrado i titoli acquisiti nel proprio percorso di crescita personale. Questa situazione è sicuramente peggiore nel meridione e dove lunghi e faticosi tempi della maternità e della puericultura ha costretto molte mamme a rientrare a lavoro presto; dato il periodo di difficile crisi che stiamo vivendo; dall’altra invece molte di loro rimangono a casa per il mantenimento della prole, (questo accade specie nelle famiglie disagiate con reddito basso che non possono permettersi il lusso di asilo nido  o strutture costose, cui appoggiarsi), malgrado al legge vigente in Italia tuteli la mamma per un periodo sicuramente più lungo rispetto agli altri paesi, (vedi per esempio negli USA). Peraltro è sempre più evidente in Italia il fenomeno del Brain Drain e cioè una emigrazione ancora più forte dei laureati o laureate sottopagate, rispetto all’assunzione nei posti lavoro di manodopera non qualificata che viene assunta. Fondamentale per la crescita economica è senza dubbio il capitale umano – come dice Gary Becker con il premio Nobel per l’Economia nel 1992 – più è elevato il livello di istruzione, più elevato è il capitale ad investire in Italia, a patto però di utilizzarlo bene. Pensiamo infatti a quanta ricchezza di capitale umano sprecato di tante donne che oggi non lavorano in Italia, ( spesso anche laureate e qualificate) non solo per motivi di carenza di posti di lavoro, legati alla crisi contingente, ma anche a causa di logiche relative ad assunzioni, diverse da quelle previste in un paese meritocratico, quale dovrebbe essere il nostro, dove invece la componente femminile si sente sempre meno motivata  nel lavoro, ma sicuramente non si arrende alla possibilità di tempi migliori e cambiamenti opportuni per migliorare professionalmente e anche per accrescere la produttività del nostro paese. Infatti il nostro prodotto interno lordo  – come dice il nostro Ministro delle Pari Opportunità – aumenterebbe di parecchi milioni di euro. Pertanto fare figli in Italia è diventato un atto di eroismo, perché i servizi sono efficienti e non aiutano le donne a far crescere i propri figli e non consentono alle stesse di trovare tempo per grosse gratificazioni nel mondo del lavoro. Negli ultimi mesi il tasso di disoccupazione femminile in Italia ha superato anche la Grecia. In Italia riesce a lavorare solo il 46,3 per cento delle donne. In nostra compagnia come alto tasso di disoccupazione ci sono la Grecia e Polonia, Slovacchia, Romania, e Bulgaria. C’è poi il famoso “palazzo di cristallo” e cioè identificato come quel luogo dei posti di lavoro inaccessibile a molte donne e riguarda l’inserimento di queste ultime negli alti gradi della Pubblica Amministrazione e nelle aziende. Per non parlare delle banche dove la presenza femminile è quasi del tutto inesistente. Qualcosa non convince riguardo a tutto questo: infatti i dati statistici ci informano che la donna conquista nell’ambito universitario e scolastico sicuramente votazioni più alte rispetto agli uomini. Nell’ambito delle aziende sanitarie nazionali la sua posizione è sicuramente migliore ma le Ministre e le segretarie sono ancora il 20% , mentre le deputate solo il 7 %. Il Governo Prodi aveva cominciato ad inserirlo tra le priorità delle riforme, e con al finanziaria di quegli anni sono state approvati alcuni articoli: dal sostegno all’imprenditoria, ai congedi, fino ad arrivare ad altri interventi per le cosiddette politiche di genere. Un progetto che poi è stato destinato a cadere e non se ne è più parlato. Nel Marzo del 2000 a Lisbona i Paesi Europei formularono in progetto per l’occupazione femminile intesa come prima base per rilanciare l’Economia Italiana. I paesi partirono da poche ma precise considerazioni: e quindi se la donna lavora di più, entra più ricchezza nel paese e il PIL crescerebbe enormemente e aumenterebbe di conseguenza anche il tasso delle nascite in Italia, a patto che ci sia un sistema sociale adeguato. Se consideriamo inoltre anche che il “Differenziale retributivo di genere”: ovvero la differenza in termini economici che una donna percepisce come guadagno rispetto ad un uomo – a parità di posizione professionale – e cioè i ¾ dello stipendio rispetto all’altro sesso accade nel pubblico, nel privato le cose peggiorano, e allora ritorniamo alla considerazione iniziale, mettendo l’accento sul problema anche di quelle donne, nonché mamme lavoratrici che ancora percepiscono uno stipendio non conforme alla produttività del lavoro, che impiegano al massimo delle loro forze, in aziende dove spesso vengono messe ad parte al rientro dalla maternità e congedo parentale e spesso escluse dalla partecipazione a corsi di formazione garantiti per tutti gli altri colleghi.  In base ad uno studio del CENSIS il modello femminile che spesso emerge è quello nella moda e nello spettacolo, a parte l’arte e la politica e spesso anche nella cronaca nera dove appare vittima di criminalità. Eppure la donna nella storia è sempre stata protagonista in battaglie per l’affermazione dei propri diritti che l’hanno portata – se pure in situazioni di successo e abbattimento altalenanti – sicuramente in una situazione di progressiva vittoria e successo, situazioni in cui non è stato facile riconoscerne l’apprezzamento e il valore, che non è esclusivamente legato alla nascita e all’educazione della prole, ma certamente legato anche all’ottimizzazione di quelle capacità che l’hanno resa fiduciosa e orgogliosa di essere alla pari con la forza lavoro maschile. Ricordiamoci infatti del periodo in cui le donne – e cioè fino al 1865 – non potevano accedere ai pubblici uffici o gestire autonomamente i propri soldi guadagnati nel lavoro;  dopo l’Unità d’Italia d’altronde la donna era ancora esclusa dai diritti politici. Effettivamente tra l’800 e il 900 la condizione femminile era ancora nettamente inferiore. I dati stessi su cui basare le ricerche erano assai scarsi; e pur essendo molto diffuso il lavoro femminile, difficilmente gli veniva conferito il giusto riconoscimento.  Quasi tutte quelle che lavoravano nei campi non venivano riconosciute come lavoratrici a meno che non fossero titolari di una proprietà o contratto di affitto.Lo stipendio femminile non riusciva ad arrivare a quello maschile se non per la metà dello stesso. Anche quello dei bambini era sottopagato come lavoro diffuso, prima della guerra mondiale. All’inizio del 900 ancora il lavoro delle donne non veniva garantito e lo stato decideva così di indurre il più possibile la donna a casa e certi lavori ancora non venivano consentiti. Per parecchi anni non fu concesso loro il diritto di voto, e anche il titolo di studio non ha garantito l’accesso a determinate professioni. Ancora nel 1912 alle donne non venne consentito il voto in Italia e si discuteva che avrebbero potuto esercitare certi diritti politici solo se avessero ottenuto quelli civili. Con la prima guerra mondiale certi lavori nei campi, come anche nelle fabbriche, prima occupate dagli uomini vennero presi dalle donne, in sostituzione di questi, e circolari ministeriali permisero alle donne di entrare persino nell’industria meccanica da cui prima erano escluse. Alla fine della guerra però vennero accusate di rubare il lavoro degli uomini e quindi persero quel posto. Anche nel fascismo venivano escluse dalla partecipazione al lavoro, e a quelle elette (come le mogli dei caduti e quelle decorate, o quelle che esercitavano la patria podestà o che sapessero leggere e scrivere) veniva concessa l’istruzione; la cultura veniva consentita a poche e alle mamme, solo per “farne una eccellente madre di famiglia e padrona di casa”. Per molto tempo fu impedito loro di accedere alla Pubblica Amministrazione, all’insegnamento della Filosofia e diventare Presidi di istituti. Nel libro “Politica della famiglia”  si leggeva: “La donna deve  ritornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito, sudditanza e quindi inferiorità culturale ed economica”, veniva perciò negata alle donne l’istruzione. Su proposta di Togliatti e De Gasperi venne infine nel 1945 concesso il diritto di voto alle donne e nel 1951 viene nominata al governo la prima donna Anna Cingolani, Sottosegretaria all’Industria e al Commercio. Negli anni 70 nacque il movimento Liberatorio della donna dopo il quale furono messe in atto alcune riforme come: la legalizzazione dell’aborto e l’eliminazione dei programmi differenziati tra uomini e donne nelle scuole. Inoltre si è raggiunta la parità legale nell’ultimo secolo e la possibilità della comunione dei beni. Nell’ultimo secolo sono cambiate anche le leggi ed è stato consentito loro di entrare anche nell’ambito militare.  “Le ha nominate più volte: come giovani, come  mamme, come lavoratrici”.Le donne hanno rappresentato uno dei passaggi chiave del discorso del Presidente del Consiglio al Senato. Gli obiettivi fondamentali di cui si occupa il governo sono il Fisco e  il Lavoro. “Uno dei fattori che distinguono l’Italia nel contesto europeo è la maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizione di occupazione delle donne.  Studiare l’opportunità di tassazione per loro, una tassazione ridotta per queste ultime (come punto in meno di Irpef  rispetto agli uomini) incentiverebbe l’occupazione femminile, ridurrebbe il costo del lavoro delle imprese e favorirebbe l’ingresso di maggiori risorse nelle famiglie”. – come appunto dice il nostro Presidente del Consiglio Mario Monti. Infatti si dovrebbe dare possibilità e spazio anche ai padri per avere un maggiore arco di tempo per il congedo di paternità alla nascita di un figlio, per coinvolgere maggiormente i papà nelle questioni familiari e aiutare in questo modo le giovani mamme, con l’eventuale possibilità di avere maggiori contatti nel mondo del  lavoro: questo sicuramente è un primo passo verso la conquista delle pari opportunità. La maggior parte delle donne infatti lamenta  la mancata flessibilità degli orari nelle ore lavorative e rappresenta senza dubbio la peggior causa di scoraggiamento. La strada già intrapresa dall’Europa è quella del “flexi-time”: settimane corte, telelavoro ecc.. IL fondo Sociale Europeo FSE dell’Unione Europea è stato uno strumento volto a intraprendere dei cambiamenti nel mondo dell’occupazione europea. A seguito del trattato di Amsterdam del 1997 la Strategia Europea sull’Occupazione ha impegnato gli Stati Europei al raggiungimento dei quattro obiettivi comuni: l’imprenditorialità, l’idoneità, l’adattabilità e le Pari Opportunità nel mondo del lavoro. Per le Pari Opportunità infatti si è giunti alla conclusione: “Le pari opportunità: la lotta alle disparità uomo-donna e un maggiore tasso di occupazione femminile da raggiungere con l’attuazione di politiche in materia di interruzione della carriera, congedo parentale, lavoro part-time, servizi di qualità di custodia dei figli. Inoltre la SEO propone agli Stati membri di facilitare il ritorno al lavoro, nello specifico per le donne.”In futuro bisogna cercare infatti di  investire sulle risorse strumentali, economiche e umane. Promuovere corsi di formazione e agevolare il mondo femminile in una migliore ottica di inquadramento nel mondo del lavoro, affinchè nessuna si senta esclusa. Inoltre è necessario puntare sul net-working e sulle politiche sociali di welfare in cui vanno comunque incluse le donne. In aggiunta a questo si dovrà lavorare  sul’attuazione di alcune riforme che agevolerebbero maggiormente quelle mamme che non possono usufruire del congedo parentale, e quindi in alternativa al congedo preso dagli uomini, è in corso l’attuazione di un voucher per baby-sitting  da richiedere al datore di lavoro. In pratica si potrebbe dare la possibilità alle giovani mamme di avere un buono di cui usufruire per 11 mesi dopo la maternità e in grado di sostenere le spese per la baby—sitter, ma si dovrà aspettare l’iter legislativo e che vengano attivati i fondi per le spese che deve sostenere il Governo. L’importo dovrà essere stabilito dall’ISE familiare. L’introduzione del voucher è previsto per l’art. 56 nel disegno di legge intitolato:“Disegno di legge recante disposizioni in materia di riforme del mercato di lavoro in una prospettiva di crescita”, sul tema: “Sostegno della genitorialità”. In particolare la L.92 del 28 Giugno 2012 a seguito del disegno di legge S.3249. Ci auguriamo che si moltiplichino in Italia le Conferenze e le iniziative per permettere alla nostra penisola di concorre con gli altri paesi in Europa e nel mondo nella speranza  che sempre più madri di famiglia conquistino il personale spazio professionale, considerando che solo il 55 % delle mamme tra i 25 e i 54 anni lavora. Forse per essere una buona mamma è necessario stare a casa? Credo sia importante conoscersi e sapere cosa si vuole veramente nella vita. Se una mamma è serena,  lo saranno anche i suoi bambini, e se la serenità deriva da un insieme di fattori, tra cui la soddisfazione professionale, ancora meglio.

FORMICHE GIOVANI // Laura Urbani